“La scuola, bisogno e sogno di tutti i grandi maestri del teatro moderno, è il luogo che consente all’ utopia del futuro, di diventare prassi del presente”. Fabrizio Cruciani, da 'Registi pedagoghi e comunità teatrali nel novecento'

Dagli inizi del secolo scorso in poi la “scuola” come luogo in cui ricercare, fondare non tanto e non solo un nuovo teatro o un nuovo attore, quanto un progetto etico dell’arte con forte tensione di utopia e rinnovamento, è stata la direzione costante di tutti i grandi maestri di teatro.
Fondare il proprio lavoro artistico su ricerca e scuola è resistere alla tentazione del risultato, non avere fretta, cercare e far nascere motivazioni, senso, valori. E saper durare, reagire all’effimero, conquistare qualcosa che ha una durata, che è trasmissibile. Ma se parliamo di luoghi di pedagogia o didattica non pensiamo a luoghi di trasmissione di regole efficaci, utili o funzionali al risultato o al successo, tanto conservatrici quanto soddisfatte di sé, ma al contrario di spazi per esperienze di processi creativi, di raccolta e confronto di materiali, di operatività. Spazi di cultura, sensibilità, capacità artistica, dove il metro resti quello dell’arte.
E dove, - è Copeau che parla - si crei la condizione essenziale per il teatro: che qualcuno abbia qualcosa da dire e qualcuno bisogno di starlo a sentire” . Copeau indica un’attitudine e una strada, quella della responsabiltà artistica e culturale, l’artista deve avere davvero qualcosa da dire ma non al deserto. Deve, la sua opera, saper includere e formare una società necessaria, un pubblico necessario, un attore necessario, dei ricercatori per passione, in un territorio che cresce di relazioni.
Condividiamo per storia e per scelta questo cammino assolutamente altro tanto nel secolo passato quanto nel nostro presente, cammino di marginalità, di minorità, a volte di invisibilità per le cronache teatrali del momento, ma che ha fatto la storia del teatro contemporaneo, di cui il teatro per l’infanzia e i giovani è parte.

 

 



  

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